Un Fondo per le vittime di reati intenzionali violenti – VISTO intervista l’avvocato Musicco

La lunga intervista del settimanale VISTO all’avvocato Domenico Musicco sulla bozza di legge che AVISL ha consegnato alle istituzioni per la realizzazione di un vero Fondo per le vittime di reati violenti

 

 

 

Dal settimanale VISTO:

LO STATO DEVE RISARCIRE LE VITTIME DI VIOLENZE

Il 19 novembre 2002 due rapinatori albanesi entrano nella villa della famiglia Biasiolo, a Fiesso d’Artico, Venezia. In casa ci sono il capofamiglia Paolo, la moglie Lucia De Lorenzi e il figlio Massimiliano. I banditi prendono i portafogli. Poi uno, senza ragione alcuna, alza la pistola e uccide Paolo, 57 anni. Uno dei due delinquenti doveva trovarsi ai domiciliari, invece era lì. Alla fine li arrestano: uno si suicida in cella, l’altro, tra sconti e benefici, esce di galera nel 2011. La famiglia di Paolo, non solo non viene risarcita, ma è costretta a pagare le spese processuali, tra gli 8 e i 10mila euro, perché il rapinatore era nullatenente. Una storia indegna di un Paese civile. E che non si sarebbe dovuta più ripetere dal 2004, quando l’Unione Europea dirama la direttiva 80 sui reati violenti: dice che lo Stato deve supplire nei risarcimenti alle vittime qualora un assassino o un aggressore di qualsiasi genere non sia in grado di provvedervi. Invece, per anni, l’Italia fa orecchie da mercante. Così le storie come quella della sfortunata famiglia Biasiolo si ripetono in silenzio. E gli avvocati devono ogni volta rivolgersi al giudice nella speranza che venga riconosciuta quella direttiva ignorata dalla politica.

Poi, nel 2016, arriva finalmente la svolta. L’Italia si adegua. O quasi. Perchè fa sì una legge, ma mette un tetto di reddito ridicolo per ottenere l’indennizzo. Come accade con David Raggi, ucciso senza ragioni da un clandestino armato di bottiglia nella notte del 13 marzo 2015: siccome David guadagnava più di 11500 euro l’anno (come la quasi totalità degli italiani), anche se l’assassino risultava nullatenente, alla famiglia viene negato l’indennizzo. Nel 2019, dopo che i parenti del giovane hanno portato in tribunale la Presidenza del Consiglio, si sono visti concedere 21mila euro di risarcimento. Più che un ristoro, un’offesa.

La legge però, nel frattempo, è cambiata ancora. Ma ha ancora nascosto inghippi. E lo si è scoperto da una lettera aperta ai politici di Giuseppe Morgante, il ragazzo sfregiato con l’acido a Legnano dalla sua ex Sara Del Mastro, risultata nullatenente: “Gentili onorevoli e senatori, sono l’uomo che ha subito lo sfregio con l’acido da parte di Sara Del Mastro. Costei non è in grado di risarcirmi per la grave menomazione permanente che mi ha inflitto. Per ristabilirmi sono così costretto a ripetute operazioni e cure che faccio sempre più fatica a pagare, nonostante l’aiuto e l’affetto dei miei cari. Il mio difensore avvocato Domenico Musicco si batte perché alle vittime di delitti ad opera di persone non possidenti sia assicurato un risarcimento. A tale fine egli suggerisce la istituzione di un vero fondo di garanzia per le vittime di delitti sulla falsariga di quello per le vittime della strada. Vi prego, mettete tutti la vostra capacità di governo al servizio di questa causa. Non è giusto che sia riconosciuto questo ristoro alla vittima di un reato colposo e non, a maggior ragione, alla vittima di un delitto doloso.” Ma allora, cosa sta succedendo? Abbiamo incontrato il suo avvocato, Domenico Musicco, presidente dell’associazione AVISL (associazione vittime incidenti stradali, sul lavoro e malasanità), che ha appena consegnato una nuova bozza di legge alle istituzioni.

Avvocato, di cosa si tratta?

«Oggi esiste un Fondo per le vittime di reati intenzionali violenti, che è stato accorpato a quello delle vittime di mafia e di usura ed è gestito dalle prefetture. Il punto è che il Fondo non solo prevede cifre estremamente basse, ma di fatto, risulta spesso senza soldi. E per ottenere qualcosa bisogna poi compiere un’odissea».

In che senso?

«Bisogna prima aver dimostrato di aver esperito ogni tentativo nei confronti del reo per recuperare il risarcimento dopo la sentenza definitiva. Il che, in ogni caso, significa anni. Nella vicenda di Morgante, Giuseppe avrebbe diritto a 35mila euro, spese legali comprese. Ma si tratta di cifre che non portano minimamente a coprire le sue di spese, per i frequenti interventi chiurgici e per i farmaci che deve acquistare di tasca propria».

Lei cosa ha proposto?

«L’idea è quella di un Fondo che supplisca a richiesta della vittima o dei suoi famigliari già all’inizio del procedimento penale, in modo che esso possa intervenire anche qualora il colpevole non si sia trovato. Peraltro, è perfettamente in linea con quanto accade nei maggiori Paesi europei occidentali, dalla Francia alla Germania».

Ma se già ora il Fondo è senza risorse, come potrebbero essere recuperati i soldi?

«Il Fondo per le Vittime della Strada, che interviene quando non si trova un pirata o quando l’automobilista è senza assicurazione, trova le risorse nelle assicurazioni che tutti stipuliamo: una minima parte va infatti al suo finanziamento. Alla stratta stregua, bisognerebbe ipotizzare una quota per il Fondo vittime reati violenti nelle spese di giustizia degli innumerevoli processi italiani e nella stipula di assicurazioni sulla vita o sui fondi pensione privati. Il punto, peraltro, non è come finanziare il Fondo, questione che può risolversi in mille modi: il punto è come azionarlo. Tagliando i tempi, può essere dato un minimo senso di giustizia alle vittime e un respiro di sollievo. Perché oggi, purtroppo, in Italia i colpevoli godono di diverse tutele, dall’assistenza psicologica al reinserimento nel mondo del lavoro. Le vittime, e lo dico senza alcuna enfasi retorica, sono invece dimenticate. Eppure è proprio la Costituzione a sancire il principio di solidarietà: ed è su questo che abbiamo scritto una proposta di legge».

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