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“La legge sull’omicidio stradale va migliorata”: intervista su Visto

Ecco come cambiare la legge sull’omicidio stradale per dare davvero giustizia alle vittime: le lacune, i casi dimenticati, le pene da aumentare e i conflitti da risolvere nel servizio del settimanale Visto

Da Visto:

La legge sull’omicidio stradale è ancora relativamente nuova. In quattro anni molte cose sono cambiate, e di certo un incidente oggi viene trattato con molta più attenzione nei tribunali: le pene per chi li provoca sono più alte e, se al momento dei fatti, l’automobilista andava veloce, era ubriaco o è scappato, non può più cavarsela facilmente. I numeri però ci dicono che in Italia, stando all’Istat, ci sono ancora con 52,6 morti per incidente stradale ogni milione di abitanti, decisamente sopra la media di 48,1 dell’Unione Europea. Abbiamo chiesto lumi all’avvocato Domenico Musicco, presidente di Avisl (Associazione vittime incidenti stradali, sul lavoro e malasanità), che della legge sull’omicidio stradale è stato uno dei più agguerriti promotori. E che ha recentemente pubblicato, in allegato a Il Giornale il Manuale dell’incidente stradaleCosa fare, come difendersi, come tutelare le vittime, come ottenere il giusto risarcimento dei danni.

«Bisogna partire da un dato di fatto», dice Musicco. «E cioè che la legge nasce per un’esigenza di giustizia. Per decenni in Italia abbiamo assistito a episodi di inaudita gravità in cui il colpevole non faceva nemmeno un giorno di prigione. Mi riferisco anche a vicende di cui mi sono occupato, dove magari un adolescente veniva investito e ucciso da un ubriaco che scappava e che poi, individuato, nemmeno si presentava in aula. Carcere zero. Ecco, è per le famiglie di quelle vittime, che possono essere le famiglie di chiunque, che è stata fatta questa legge. Fatta la premessa, è indubbio che oggi la sicurezza sulle strade in Italia sia delegata alla sola normativa. Serve prevenzione e servono controlli sul territorio, che da noi sono un decimo rispetto a Paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna, solo per l’alcol test».

Alcuni casi di omicidio stradale hanno tenuto banco sulle prime pagine dei giornali. Come quello del cantante Michele Bravi, che causò l’incidente mortale di una motociclista svoltando in un passo carraio.

«La vicenda si è conclusa con il patteggiamento ad un anno e sei mesi, la sospensione e la non menzione della pena nel casellario giudiziale. D’altra parte, in assenza di aggravanti come l’alcol e la droga, si tende spesso a far scendere di molto le pene. Ritengo tuttavia che il patteggiamento dovrebbe essere precluso nell’omicidio stradale: le vittime hanno diritto ad un processo in regola. Altrimenti si svilisce il senso della legge e la sua stessa ragion d’essere».

Un altro omicidio stradale noto è quello duplice di Gaia e Camilla, investite da Pietro Genovese, il figlio del regista Paolo, a Ponte Milvio, a Roma quasi esattamente un anno fa.

«Anche qui, la richiesta dell’accusa di cinque anni di reclusione non è quella che mi aspettavo. Immagino che sia stato valutato un concorso di colpa, che comporta una riduzione del 50 per cento della responsabilità. Però, proprio in tale occasione, abbiamo assistito ad una delle lacune della legge».

Quale?

«Si è molto discusso se al momento dell’impatto Genovese stesse telefonando o “messaggiando”. E il telefono è stato sottoposto a perizia. Ecco, tutto questo può aiutare a capire meglio la dinamica dell’incidente, ma non cambia la pena, perché guidare mentre si usa un cellulare non è considerata un’aggravante dell’omicidio stradale ed è oggi punita soltanto con una sanzione amministrativa. Si tratta di una grave dimenticanza del legislatore, perché la maggior parte degli incidenti mortali avviene proprio per distrazione da smartphone».

Una tragedia immane fu quella di Ragusa dell’11 luglio 2019, quando Rosario Greco, ubriaco e drogato, entrò in città ad alta velocità con il suo Suv e investì due bimbi di 11 e 12 anni. Quindi fuggì. Gli hanno dato nove anni, per effetto del rito abbreviato. I genitori delle vittime hanno detto che è come se avessero ucciso i loro figli una seconda volta.

«Il massimo della pena per omicidio stradale è fissato in 18 anni. E questo è un caso dove erano presenti quasi tutte le aggravanti previste dalla legge. Tuttavia, l’unico modo per evitare condanne che diano l’idea di una mancata giustizia è quello di impedire l’accesso dell’imputato accusato di omicidio stradale pluriaggravato al rito abbreviato, esattamente come è stato stabilito per l’omicidio volontario aggravato. Solo così si potranno evitare sconti di pena».

Il caso più recente riguarda la condanna a quattro anni dell’ultrà napoletano Fabio Manduca, che travolse e uccise il tifoso del Varese Daniele Belardinelli.

«Devo dire che è un fatto sorprendente. Non per nulla i pm milanesi Rosaria Stagnaro e Michela Bordieri avevano chiesto 16 anni per omicidio volontario. Non si può trattare qualsiasi omicidio avvenuto per strada come omicidio stradale. Era già accaduto con una donna investita due volte dal suo ex. Ma non ha senso: l’omicidio stradale riguarda gli incidenti, è una normativa applicabile a quell’ambito, non a qualsiasi fattispecie di delitti che avvenga per strada con una macchina. Purtroppo dobbiamo ancora abituarci a questo tipo di cultura. E dobbiamo rimettere mano al testo della legge».

Tipo?

«Ci sono dettagli scritti male su cui è facile cavillare. Ad esempio sull’aggravante per chi provoca un incidente mortale attraversando con semaforo “disposto al rosso”. Ecco, bisognava essere più chiari. Un bravo difensore può sempre dire: ma il semaforo “disposto a rosso” è rosso o è giallo? E ancora, testualmente, l’aggravante è prevista per la guida contromano, ossia invadendo la corsia opposta: ma non per il controsenso, ovvero percorrendo una strada in cui non si può entrare. Si tratta di una serie di casi paradosso che ho affrontato nel mio Manuale».

Il più clamoroso?

«Forse l’omicidio che avviene investendo un pedone sulle strisce. Investire una persona sulle strisce non è considerata un’aggravante, ma lo diventa nel caso chi guida stia superando un “mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale”. Ovvero, soltanto quando la si veda all’improvviso e non quando si abbia una visuale perfetta. Molte cose devono insomma essere migliorate. Però, ricordo ancora che fino a quattro anni fa tutti gli episodi di cui abbiamo discusso verosimilmente non si sarebbero nemmeno trasformati in processi. E nessuno dei responsabili avrebbe fatto un solo giorno di prigione. Nemmeno se ubriaco, drogato o pirata della strada. La legge che ora c’è va applicata. E se si vogliono veramente ridurre gli incidenti stradali occorre una vera politica di prevenzione ed educazione stradale fin dalle scuole primarie».

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