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Elena Aubry, l’intervista di Domenico Musicco a Cronaca Vera

Domenico Musicco, avvocato e presidente di Avisl, spiega al settimanale perché la contestazione di omicidio stradale è stata estesa a chi non controllò l’asfalto killer dell’Ostiense, dove morì Elena Aubry

 

 

Da Cronaca Vera

 

La mattina del 6 maggio 2018, la 26enne Elena Aubry perse il controllo della sua Honda Hornet, con la quale stava percorrendo la via Ostiense, in direzione di Roma, andando a sbattere contro il guard rail e poi contro un albero, e morendo sul colpo (vedi “Cronaca Vera” numero 2395).

Le indagini chiarirono rapidamente che la colpa non era stata sua, che non andava nemmeno veloce, ma di un asfalto pieno di avvallamenti e di radici di alberi mai rimossi dalla strada. Nessuno si era preso la briga di fare manutenzione, e così una ragazza ha perso la vita. Il caso fece scalpore e soltanto dopo il manto stradale venne finalmente reso agibile e non pericoloso.

«Ecco la strada di Elena, il tratto dell’Ostiense che l’ha uccisa», scrisse nell’occasione la mamma della vittima, Graziella Viviano, su Facebook. «Da qualche giorno è stato riaperto alla circolazione, adesso sembra un tavolo da biliardo, adesso lì non si può morire come è successo a Elena. Non so cosa provo. Mi chiedo perché si debba arrivare a pagare con delle vite prima di intervenire, e non vale solo per questo tratto, ma per tutte le strade pericolose che ci sono in Italia. Perché bisogna aspettare che qualcuno muoia e a volte non è neanche sufficiente? Perché per fare l’ovvio, nel nostro Paese, bisogna insistere e insistere finché diventa evidente che l’ovvio vada fatto? Adesso su quella strada transiteranno altre persone, altre moto. Passeranno normalmente, forse neanche si accorgeranno di quella foto di Elena. Torneranno alle loro case, andranno al mare e la loro vita andrà avanti normalmente».

Pene più severe

Più recentemente (vedi “Cronaca Vera” numero 2490), la madre ha anche dovuto patire il furto delle ceneri della figlia dal cimitero del Verano, e ritrovate a casa di un singolare collezionista seriale di immagini di ragazze tumulate in vari cimiteri del Lazio, il quale rubava le loro foto dalle tombe perché avrebbe voluto averle come fidanzate.

Nel frattempo, l’incuria letale della via Ostiense non è stata perdonata e il pm Laura Condemi insieme con il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia hanno chiuso l’inchiesta su sei persone: due dirigenti del Simu (il dipartimento Sviluppo infrastrutture e manutenzione del Campidoglio), un dipendente del municipio di Ostia incaricato della manutenzione stradale, il responsabile della ditta che stese l’asfalto e due delegati addetti al controllo e alla verifica periodica delle buche.

La clamorosa novità è che ai sei non viene contestato l’omicidio colposo, ma il reato più grave di omicidio stradale. Il primo comporta una pena base che va dai 6 mesi ai 5 anni di carcere, il secondo, sempre di base, prevede pene più gravose: dai due ai sette anni. Evidentemente i magistrati hanno voluto dare un’interpretazione ampia all’articolo 589 bis del codice penale, che si rivolge a «chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale…», ritenendo che anche la mancanza della doverosa manutenzione stradale comporti questo tipo di reato.

Risarcimento

A battersi per anni per l’introduzione della legge sull’omicidio stradale c’è il noto avvocato milanese Domenico Musicco, presidente di Avisl (Associazione vittime incidenti stradali, sul lavoro e da malasanità), il quale, peraltro, segue Graziella Viviano proprio per l’aspetto civile dell’incidente, inerente il risarcimento del danno.

«Se quanto trapela dalla stampa corrisponde alla realtà ci troviamo di fronte ad un’importantissima svolta», dice il legale. «L’estensione della contestazione dell’omicidio stradale a chi ha colposamente omesso di fare la manutenzione di strade pericolose cambia anche il modo di porsi da parte degli inquirenti di fronte a tragedie simili. Perché non sono soltanto coloro che si trovano sulle strade con auto, moto e camion a dover fare attenzione, ma anche chi è preposto al controllo di quelle stesse strade. Non si può morire così, come è morta Elena: la negligenza va punita al pari di chi, anche per superficialità, provoca vittime. Ci sono già state pronunce in questo senso e mi auguro che davvero questo caso costituisca un precedente significativo. Risulterebbe fondamentale non solo per dare finalmente giustizia a una giovane vita stroncata, ma anche d’ausilio in altri episodi terribili, come quelli dei guardrail killer o, su tutti, la vicenda del Ponte Morandi, tuttora una tragedia che, se non l’avessimo vissuta, risulterebbe addirittura impensabile».

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Speciale Elena Aubry – GUARDA

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