Vedova e mamma di quattro figli: la mia lotta per l’incrocio maledetto


Vedova e mamma di quattro figli: la mia lotta per l’incrocio maledetto

Alle otto e mezzo di sabato mattina 20 aprile 2013, Cristina Venturino era sul marciapiede sotto casa in via Domenichino angolo via Ravizza. Era con il marito, Marco Capella. Entrambi avevano dimenticato i cellulari. Cristina salì per prenderli. Appena entrata nell’appartamento dove abita da cinquant’anni, da quand’è nata, sentì il frastuono di un incidente, non attutito dalla pioggia battente. Un poliziotto maltese, a Milano per una missione anti-droga e alla guida a forte velocità di una macchina a noleggio, non rispettò lo stop e colpì un camioncino condotto da un cittadino senza patente che ugualmente non andava piano, che perse il controllo e che investì Marco Capella. Da allora, Cristina, mamma di quattro figli tra i quindici e i venticinque anni, lotta per migliorare la sicurezza stradale. «È tutto inutile, nessuno mi ascolta. Io non parlo per chiedere giustizia o per pretendere risarcimenti. Ormai Marco non c’è più e non tornerà mai. Parlo da residente, da cittadina e da madre, visto che qui passano numerosi bambini che vanno alla scuola elementare e alla media».

In via Ravizza e anche in via Domenichino le auto continuano ad andare oltre i limiti consentiti. Su via Ravizza si potrebbero mettere dei dossi, un semaforo; si potrebbe pensare a una rotonda; si potrebbe segnalare meglio e con anticipo lo stop. «Le ho provate tutte, ho scritto a chiunque, ho perso ore e ore e ore a compilare l’adeguata modulistica per presentare ufficialmente le richieste così come prevede la burocrazia… Carte bollate, raccomandate, fax… Inutile… Soltanto una mattina, uscendo per andare al processo penale, ho visto gli operai al lavoro: stavano installando una ringhiera per proteggere i pedoni sul marciapiede. Che coincidenza, proprio quel giorno: non trova?».

Poi magari dal Comune risponderanno, come hanno già fatto, che la sicurezza stradale è una priorità, che tanto è stato fatto eccetera eccetera; diranno che ci sono dei regolamenti e che nell’incrocio sono stati realizzati gli interventi che è possibile realizzare secondo il codice della strada. Sarà. Resta però un mistero, dice Cristina, per quale motivo non s’inventino una cosa piccola, giusto per cominciare a migliorare le condizioni generali e per dare un segnale, o perché non ci siano maggiori controlli per contrastare la velocità o ancora se sia inconcepibile ipotizzare, e ad esempio torniamo al tema dei dossi, di modificare la viabilità di via Ravizza considerato che, avendo sempre la precedenza lungo la strada, allo stop con via Domenichino uno non arriva certamente al rallentatore, stop che peraltro non è visibile e ben segnalato.

Qualcuno, in zona ma anche nei Palazzi, con un punta malcelata di veleno, ha chiesto a Cristina la ragione che ancora la tiene ancorata a questo posto, quasi che la pratica finalmente si archiviasse in caso di un suo trasferimento. Lei dice: «Andarmene? I miei figli sono contrari. Rispetto la loro scelta. Vogliono rimanere e insieme a me vogliono vedere dei risultati, vogliono vedere premiata la nostra insistenza… Spesso siamo in casa e sentiamo le brusche frenate, il rumore di lamiere… L’ultimo incidente è stato tre giorni fa… La settimana scorsa ce n’era stato un altro… Non ho nulla da guadagnarci, da questa battaglia, ci tengo a sottolinearlo. Il processo si è chiuso, il poliziotto è stato condannato a meno di due anni, l’hanno espulso per sempre dal lavoro, e anche lui, come noi, ha l’esistenza rovinata. Poteva stare più attento, poteva andare più piano? Ovviamente. Ma ha sulla coscienza la morte di un padre di famiglia, e non c’è nient’altro da aggiungere. Sono sincera: non ricordo neanche che faccia abbia, e lo stesso vale per il conducente del camioncino. Non li vedevo, quel sabato del 2013, non li ascoltavo, non m’importava sapere di chi fosse la colpa, m’interessava unicamente di mio marito che non riusciva a sopravvivere. Dopodiché ognuno ha il suo percorso, nella vita, con le gioie e con le tragedie. Ma forse non è questo: fa male, le giuro, l’impotenza di non venir ascoltati, di ritrovarsi a lottare proprio per niente».
 

fonte: Corriere della Sera 2 ottobre 2015